Quanta acqua sotto i ponti?

Da ormai 2-3 mesi, con gli amici di Ceccano insieme per il cambiamento, mi sono trovato ad affrontare e studiare l’annoso e grave problema della gestione nelle risorse idriche sul nostro territorio. Non è facile documentarsi attraverso i canali ufficiali, ma grazie alla rete si può avere un certo grado di formazione anche da fonti autorevoli. Negli ultimi giorni sono usciti degli articoli molto interessanti, tra cui molto chiaro il punto fatto da Alessio Porcu (vi invito a darci un’occhiata). Da qui (alla marzulliana maniera) mi sono “posto delle domande cercando di darmi delle risposte”, ovviamente sulla base dei documenti reperiti attraverso vari canali.

Acea, di chi stiamo parlando?  Acea è un “colosso” dell’energia in Italia, si stima essere il maggior fornitore idrico nel nostro paese (in tutto esistono 3 o 4 aziende concorrenti che di certo non sono interessate a farsi guerra) con circa 10 milioni di utenze private. Dobbiamo considerare che a questo va aggiunto anche tutto il servizio presso la pubblica amministrazione (comuni, province, palazzi, scuole, università) e la gestione di più di 500mila tonnellate di rifiuti l’anno. Acea rappresenta il terzo operatore in Italia anche per quanto riguarda la fornitura di energia elettrica; insomma parliamo di un ente che gestisce milioni e milioni di euro ogni anno.

Perché pagare Acea, l’acqua si paga? L’acqua è un bene inalienabile per l’essere umano e ovviamente è gratuita per tale motivo. Quello che paghiamo, a costi molto elevati, è il servizio che l’ente fornisce. Parliamo quindi di: tubature, manutenzione, rete, depurazione, potabilità.

Perché Acea ATO5 si fonde con ATO2? Rispettivamente i due settori si occupano della fornitura nella provincia di Frosinone e Roma. La loro fusione, a detta degli amministratori dell’azienda, ha risvolti positivi sui costi di servizio (tutti da verificare). A questa fusione si sono opposti molti amministratori locali, provocando il ricorso al TAR da parte dell’azienda erogatrice di servizio. Tale sentenza è andata a favore di ACEA in quanto le richieste degli amministratori non hanno trovato, per i giudici, consistenza giuridica (il documento appare quindi imparziale e superficiale, senza giusta motivazione di opposizione). Propaganda politica? Difficoltà tecniche nella stesura del documento? non so rispondere a queste domande.

“Cacciare” Acea è possibile? Bisogna premettere che sono poche le aziende che in Italia si occupano di erogare tali servizi; inoltre i comuni, con le difficoltà economiche e di competenze tecniche che incontrano giornalmente, non sono in grado di occuparsi in modo proficuo e magistrale del servizio idrico. Il problema del “cacciare” nel nostro territorio è che in mano abbiamo solo il documento sottoscritto dai vari amministratori, senza proposte strutturali e valide per un dopo-Acea. Inoltre ricordiamo che per l’ente siamo debitori di migliaia e migliaia di euro e quindi lo stesso possiede ancora il coltello dalla parte del manico. Il mio personale timore e pensiero è che, anche a termine contratto, sulla successiva gara d’appalto sia comunque Acea a vincere senza avere concorrenti (non interessati a “sgambettarla”).

Cosa c’è sotto? Sicuramente gli interessi economici e il clientelismo negli anni non stanno aiutando ne facendo bene ad un discorso pulito e trasparente tra ente e amministrazioni. Il timore è che, senza politiche autorevoli, organizzate, competenti e serie, non si possa uscire dal guado. Al momento per quello che ho potuto valutare si è vista più campagna elettorale che proposte strutturali, ma sono fiducioso che non tarderanno ad arrivare.

Cosa potremmo fare? Studiare il territorio, mapparlo il più finemente possibile al fine di comprendere capillarmente quali sono le criticità da affrontare. Bisogna considerare il nostro territorio come un malato cronico. Vanno programmati strumenti di screening seri al fine di valutare le possibili conseguenze di tale “patologia”, bisogna curare quelli che sono i sintomi più critici di uno sviluppo in negativo della situazione; infine bisogna avere la testa di pensare all’evoluzione della “patologia” buttando lo sguardo più avanti della durata del proprio mandato amministrativo.

Damiano Pizzuti

 

 

 

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1 commento su “Quanta acqua sotto i ponti?”

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