Celiachia, di cosa si tratta?

Sempre più spesso, soprattutto nel nostro territorio, sentiamo parlare di intolleranza al glutine o celiachia; ma di cosa stiamo parlando?

La Ministra della Salute Beatrice Lorenzin il 16 gennaio 2018 ha riferito in parlamento riguardo lo status della patologia in Italia. Ha dichiarato quanto segue:

In Italia il Ministero della Salute con le sue attività istituzionali è fortemente impegnato in tema di celiachia attraverso un costante e laborioso lavoro di collaborazione con le Regioni e le Provincie Autonome. In particolare quest’anno sono stati realizzati diversi interventi mirati a garantire il celiaco durante il percorso diagnostico, condividendo con le Regioni i requisiti tecnici, professionali ed organizzativi minimi per l’individuazione dei presidi sanitari deputati sul territorio alla diagnosi di celiachia. Questa iniziativa è stata affiancata da un laborioso e articolato lavoro tecnico-legislativo di adeguamento normativo ai fini della tutela della vulnerabilità dei celiaci anche sul piano alimentare

Min. Beatrice Lorenzin – Decima relazione annuale sulla celiachia al parlamento italiano (raccolta dati relativa all’anno 2016) – 16/01/2018

Breve storia

Il termine “celiachia” veniva utilizzato per descrivere una sindrome pediatrica caratterizzata da diarrea, gonfiore addominale, scarso accrescimento, ipotonia muscolare. Non vi era alcuna terapia e la mortalità si aggirava intorno al 40% dei casi. Fortunatamente oggi questi casi gravi di morbo celiaco non si vedono più grazie all’introduzione della dieta priva di glutine.

Ma cos’è il glutine?

Si tratta di un complesso proteico che si ottiene dalla lavorazione della farina di frumento per mezzo di flussi di acqua corrente. In maniera particolare, l’acqua stessa elimina le componenti idrosolubili del frumento (es. l’amido) mentre le proteine non idrosolubili (gliadina, glutenina) vanno a creare un reticolo elastico nell’impasto conferendo la classica sofficità ed elasticità ai cibi che ne contengono.

La diffusione della celiachia, un po’ di epidemiologia

La diffusione della patologia è globale, si stima che circa l’1% della popolazione mondiale ne sia affetta. Una prevalenza così elevata è dovuta sia alla predisposizione genetica (circa il 30% della popolazione nel mondo mostra una predisposizione) che all’elevato consumo di cereali contenenti glutine da parte degli esseri umani. Sarebbe riduttivo considerare solo questi due fattori, esistono infatti numerose concause tutt’ora in fase di studio. Appare quindi complicato indicare con certezza dei veri fattori predisponenti.

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Figura 1. Diffusione della Celiachia nel mondo. La popolazione a più alta prevalenza di malattia è quella degli Saharawi (gruppo etnico del Marocco) che per molto tempo è stato isolato dal resto del mondo determinando un’alta frequenza del gene DQ2/8 (mutato nel morbo celiaco). Non si manifestò la malattia fino a quando, con l’arrivo degli aiuti umanitari, i saharawi iniziarono a mangiare grandi quantità di frumento (fino ad allora sconosciuto nella loro dieta), la prevalenza nel tempo ha superato il 5% della popolazione

Nella popolazione mondiale si stima che solo 1 individuo su 7 riceva una corretta e pronta diagnosi, questo rende difficile il controllo della patologia e lo studio di fattori di rischio sulla popolazione. Le diagnosi di morbo celiaco sono aumentate solo a partire dagli anni ’90 quando sono stati identificati degli anticorpi specifici utili per la diagnosi sierologica (anti-endomisio o EMA). Oggi, con la ricerca degli anticorpi anti-transglutaminasi (sensibilità e specificità superiori rispetto a EMA) si può porre diagnosi di morbo celiaco in selezionati pazienti pediatrici senza l’ausilio della biopsia duodenale.

Diagnosi

L’osservazione istologica della mucosa del duodeno (prelevata attraverso esofagogastroduodenoscopia) è oggi l’esame gold standard per la diagnosi della celiachia. Devono essere presenti tre segni particolari:

  1. ipo/atrofia dei villi intestinali
  2. iperplasia delle cripte
  3. infiltrazione linfocitaria della lamina propria 

Secondo il nuovo protocollo diagnostico (siglato nel 2015 dalla conferenza Stato-Regioni), si può porre diagnosi di malattia celiaca in pazienti pediatrici selezionati e in assenza di biopsia intestinale quando si presentano queste caratteristiche:

  • anticorpi anti-transglutaminasi superiori a 10 volte la normalità
  • anticorpi anti-endomisio positivi
  • positività allele DQ2/8
  • sintomi caratteristici della celiachia

Non solo la celiachia tra le malattie glutine-dipendenti

Esistono diverse manifestazioni da reazione al glutine. In particolare ricordiamo:

  • La celiachia
  • La dermatite erpetiforme
  • L’allergia al grano
  • La sensibilità al glutine

La dermatite erpetiforme è una patologia dermatologica con violente eruzioni erpetiformi (simili all’infezione da Herpes Virus) che si manifesta soprattutto a livello delle superfici estensorie (es. gomiti, ginocchia). Volgarmente viene chiamata “celiachia della pelle“. L’allergia al grano invece mostra segni tipici di una reazione allergica pura, con reazioni anche di tipo anafilattico (dall’orticaria fino allo shock). La diagnosi può essere posta sulla base di test cutanei (prick test) o sierologici (RAST). Importante ricordare che i soggetti allergici al grano non sono esposti ad un aumentato rischio di celiachia. Discorso a parte merita la Gluten Sensivity (NCGS), parliamo della presenza di sintomi intestinali o extraintestinali mediati dall’assunzione di glutine nei soggetti dove i riscontri diagnostici sono tutti negativi. Si rendono necessari studi più approfonditi al fine di valutare al meglio la reattività di tali soggetti al glutine.

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Figura 2. Disordini correlati al glutine

LEA e Glutine

Nel 2017 è cambiata la definizione della celiachia all’interno del Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Tale patologia non è più definita RARA, bensì CRONICA INVALIDANTE. Questo spostamento si è reso necessario in quanto la soglia che identifica una patologia come rara è la prevalenza inferiore a 5/10000 abitanti. In termini economici significa che tutti i test diagnostici per la celiachia non sono più in regime di esenzione totale, mentre il soggetto diagnosticato potrà usufruire, in regime di esenzione, tutte le prestazioni sanitarie utili per il controllo della patologia e delle sue complicanze.

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Figura 3. Sul fronte dell’assistenza integrativa della dieta, nel 2017 sono stati confermati i contributi mensili erogati al paziente affetto da morbo celiaco riconosciuto che potrà farne uso per l’acquisto di prodotti che risultano presenti nell’apposito Registro Nazionale

La dieta senza glutine rappresenta l’unica terapia per le persone affetta da morbo celiaco. Essa è composta da alimenti naturalmente privi di glutine (frutta, verdura, ortaggi, tuberi, legumi, uova, carne, pesce) e prodotti trasformati che per avere nell’etichetta la dicitura “senza glutine” devono averne di contenuto inferiore a 20mg/Kg (o parti per milione – ppm). Questi alimenti si dividono a loro volta in due grosse categorie:

  • Alimenti senza glutine – adatti ai celiaci, sono prodotti già senza glutine ma che riportano l’etichetta come informazione accessoria ed utile al paziente
  • Alimenti senza glutine – specificatamente formulati per celiaci, sono prodotti trasformati ed opportunamente strutturati al fine di sostituire uno o più ingredienti contenenti glutine con altri che ne sono privi (es. pasta senza glutine)

La dicitura “SENZA GLUTINE” si può utilizzare sui prodotti in conformità con le direttive specificate nel Regolamento dell’Unione Europa 828/2014

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Figura 4. Ogni prodotto “erogabile” dal SSN deve essere presente nel REGISTRO NAZIONALE. Nell’immagine l’etichetta che deve essere presente sull’alimento

Nel 2015 il SSN ha speso circa 270 milioni di euro per garantire ai celiaci una corretta alimentazione senza glutine.

Conclusioni in punti

  1. La celiachia, che oggi è a tutti gli effetti una malattia cronica, diventa un’affezione facilmente controllabile grazie ad una corretta alimentazione (rigorosamente priva di glutine) che ricordiamo essere una vera e propria terapia
  2. Ritengo che il SSN nel supporto al paziente con morbo celiaco mostri grande efficenza e attenzione. Sicuramente c’è ancora molta strada da fare, ma abbiamo intrapreso il giusto cammino
  3. L’interesse di grosse industrie alimentari sta avendo come effetto una sensibile riduzione dei prezzi negli alimenti gluten free (acquistabili ormai in supermercati con marchi anche molto famosi)
  4. Sarebbe interessante che più esercizi commerciali e di ristorazione si formassero al fine di poter fornire al paziente con morbo celiaco la possibilità di un’alimentazione sana e dignitosa fuori casa

 

Damiano Pizzuti

 

Fonti:

Morbillo, tutti i numeri del 2017

L’anno appena trascorso è stato segnato da grosse epidemie, prima fra tutte quella influenzale (che sta continuando nel 2018 con più di 600mila casi nella prima settimana dell’anno). Non possiamo che tornare a parlare del Morbillo, patologia su base virale resa innocua dalla prevenzione vaccinale. Il 2017 è un anno che ha visto aumentare esponenzialmente i casi di contagio a causa delle campagne no-vax  portate avanti (tristemente) anche da personaggi politici di dubbia moralità e che ora si affacciano a preoccupanti scenari nazionali.

Facciamo un piccolo riassunto dell’anno appena concluso:

  • Sono 4885 i casi segnalati nel 2017, parliamo di circa 13 contagi al giorno.
  • Nel 2017 sono morte 4 persone di morbillo, la quinta vittima all’inizio del 2018
  • l’88% dei contagiati è NON VACCINATO. quasi 9 persone su 10; risulta evidente l’efficacia della copertura vaccinale
  • 4 pazienti su 10 hanno mostrato una complicanza dell’infezione tale da ricorrere a ricovero ospedaliero. Tra le complicanze ricordiamo: diarrea, stomatite, cheratocongiuntivite, polmonite, epatite, insufficienza respiratoria,  otite, laringotracheobronchite, convulsioni, ed infine la temutissima encefalite. Effettuare un ricovero ospedaliero significa stress sia per i pazienti che per i familiari e una spesa sanitaria ben più corposa dell’inoculazione di una dose di vaccino, non dimentichiamolo. 
  • 315 sono stati gli operatori sanitari contagiati dal virus (categoria a forte rischio)
  • L’età media di contagio è stata di 27 anni
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Grafico 1. Casi di morbillo dal 2013 al 2017. Si può notare l’aumento esponenziale dei casi nell’anno appena trascorso

QUI POTETE SCARICARE IL BOLLETTINO COMPLETO (INFOGRAFICA)

Urge che il tema delle vaccinazioni vada affrontato con buon senso e voglia di migliorare la condizione di salute della comunità. Trovo agghiacciante che diventi tema di schermaglia elettorale tale da essere liquidato da slogan acchiappa like, non si gioca con la salute dei cittadini.

Usate il buon senso non solo dal medico, ma anche nella cabina elettorale.

Damiano Pizzuti

Esperienze che ti cambiano la vita

Ci sono esperienze che ti cambiano la vita, che inevitabilmente ti fanno crescere come essere umano, che ti fanno aprire gli occhi su come il mondo troppo spesso sia un posto sbagliato. Queste stesse esperienze ti fanno anche capire che puoi dare una mano mettendo a servizio te stesso per qualcosa o semplicemente per qualcuno.

Circa un anno fa, attraverso un gruppo WhatsApp, il mio Relatore di tesi (Prof. Loris Pagano) mi invitò a partecipare ad alcune giornate di vaccinazioni ad Immigrati, senza tetto, rifugiati politici presso la Comunità di S. Egidio a Roma. La sua fu una richiesta gentile e rispettosa, non conoscendo a fondo la sensibilità e il pensiero dei propri studenti su tematiche che attualmente possono sembrare delicate. Rimasi colpito e incuriosito da questa opportunità, era la prima volta che scoprivo che da studenti di medicina si potevano fare queste esperienze sul campo.

Così cominciò l’avventura che mi ha fatto conoscere centinaia di persone provenienti da circa 60 nazioni sparse su tutti i continenti. La prima volta ammetto che ero agitato, non sapevo con chi dovevo confrontarmi e se mai fossi mai stato all’altezza del mio compito. Ero addetto all’accettazione e alla stesura dell’anamnesi, un ruolo che in questo ambito particolare mi ha permesso di conoscere tante storie diverse e tante personalità forti nella loro profonda disperazione. In questo breve testo racconterò solo 2 pazienti che mi hanno colpito particolarmente.

C’era un signore appartenente ad un ex stato dall’Unione Sovietica, era molto simpatico e aveva voglia di parlare, mi ha raccontato di essere fuggito dalla fame e dalla repressione ideologica nel proprio paese natale e che questa fu la scelta più difficile della sua vita. Approfondendo la chiacchierata mi raccontò che nel suo paese lavorava come ingegnere chimico e che amava leggere Nietzsche e altri filosofi dell’800 e 900. Lo stesso uomo mi disse di non avere rimpianti e di preferire lo status di senza tetto in un paese libero che quello da ingegnere in un paese in catene.

Spesso noi scappiamo dall’Italia alla ricerca di una posizione migliore o più remunerativa, dimenticandoci dell’esistenza di individui che lasciano la propria terra perché perseguitati per le proprie idee o convinzioni. La chiacchierata con questo signore dell’est (che qui ho riassunto brevemente) è stato uno dei momenti che più mi ha toccato.

In una domenica di dicembre siamo andati presso la scuola di italiano gestita dalla Comunità a Roma, qui ho avuto modo di conoscere persone giovanissime, ragazzi e ragazze fuggiti dall’arruolamento forzato e dalla morte certa. Ricordo un ragazzo siriano di 20 anni, arrivato attraverso i canali umanitari nel nostro paese. Lui mi ha raccontato di non essere un seguace dell’islam e che fin da piccolo aveva sognato l’Europa come speranza di libertà; infine mi ha confidato che imparando la nostra lingua ha cominciato a leggere qualche freepress (leggo o metro) restando molto colpito e triste riguardo al fatto che spesso si parla di “problema immigrati”.

Davvero l’immagine che vogliamo dare come popolo italiano è quello di gente intollerante, indisponente e poco intelligente? Questa domanda (che continuo a pormi tutt’ora) non trova risposte soddisfacenti nell’opinione pubblica.

Qui il video racconto dell’esperienza:

È passato un anno, mi sono laureato aiutando a portare a termine questo progetto. Sono fiero di essere un medico che ha avuto la possibilità di fare questa tipologia di esperienza. Questa iniziativa diventa, il 3 ottobre 2017, un progetto nazionale della FIMMG-Comunità di S. Egidio portando la stessa tipologia di esperienze in più città italiane. Qui il comunicato ufficiale:

VACCINI: PROGETTO FIMMG-SANT’EGIDIO, MEDICI FAMIGLIA VACCINANO ‘INVISIBILÌ = Roma, 3 ott. (AdnKronos Salute) – Il medico di famiglia al fianco degli ‘invisibilì. Siglato durante il 74° Congresso Fimmg-Metis, in corso a Domus de Maria (Cagliari) un protocollo d’intesa tra Federazione italiana medici di medicina generale e comunità di Sant’Egidio, per promuovere le vaccinazioni nei più fragili. L’iniziativa è rivolta a persone di età superiore ai 6 anni e verrà realizzata grazie all’impiego di vaccini donati da alcune industrie farmaceutiche. Il progetto di volontariato partirà in cinque città italiane: Genova, Messina, Napoli, Padova, Roma. «Ci auguriamo che presto la sperimentazione possa essere estesa anche ad altre realtà – sottolinea Tommasa Maio, responsabile dell’area vaccini Fimmg – Un progetto pilota è stato già realizzato a Roma durante il periodo della campagna vaccinale 2016/17 dalla Scuola di formazione in medicina di famiglia-Regione Lazio, ottenendo risultati soddisfacenti». Potranno aderire su base volontaria gli iscritti alla Fimmg delle sedi provinciali coinvolte, i medici del triennio di Formazione specifica, i diplomati del Corso di formazione specifica in medicina generale e i medici neo-laureati. La comunità di Sant’Egidio individuerà e metterà a disposizione le sedi dove effettuare le vaccinazioni.

Tommasa Maio – Segretario Nazionale – FIMMG Settore Continuità Assistenziale

Qui il video dove la Dott.ssa Caterina Pizzutelli espone il progetto:

Sono fiero di aver conosciuto i colleghi straordinari della scuola di formazione in medicina di famiglia della Regione Lazio, prima maestri e poi amici.

Questo è il momento di fare un passo in avanti smettendo di evidenziare le differenze tra i popoli ma rafforzando quelli che sono i valori che ci uniscono. Lavorare sull’integrazione non è mai una strada a senso unico, integrare l’altro significa anche lavorare su sé stessi aggiungendo esperienze e sapere al nostro bagaglio.

Damiano Pizzuti